raccontar qualcosa
L’arrivo
Quando scende è quasi notte. Il treno era in ritardo: è passata da una linea che non ha mai percorso prima, attraversato stazioni dai nomi improbabili che non conosceva, guardato come un’apparizione uno stagno d’acqua luccicante di sole attraversato da canoe, alberi lungo le rive, vecchi che si fermavano un momento a riprendere fiato e uomini donne bambini sulla ciclabile che vedevano passare il treno e lei vedeva loro. Quando è salita, nello scompartimento c’era una ragazza giovane. Ha cercato di capire qualcosa di lei osservandone i gesti. Teneva la valigia per terra tra le gambe come se dovesse scendere presto. Ha chiamato il padre al cellulare, ha detto del ritardo. Hanno scambiato, lei e la ragazza, due o tre parole, poi niente. È salito anche un uomo in camicia bianca. Ha sorriso prima di sedersi, ma il suo sorriso non l’ha rassicurata sulle sue intenzioni. Ha osservato anche lui per un po’: era un uomo buono, in fondo, solo brutto. Fumava molto, è uscito diverse volte dallo scompartimento. Sembrava anche un po’ triste e continuava a fumare. Nel treno c’era poca gente ed era da tanto che non viaggiava così nel silenzio. Non riusciva a riconoscere i luoghi dai quali passava e questa strana sensazione- parlando al telefono l’ha detto e forse è trapelata la sua ansia- le faceva sembrare diverso questo viaggio. Pioveva.Con la valigia a tracolla si è avviata verso il sottopassaggio ed ha sceso i gradini con calma apparente. Qualche volta si immagina di trovare qualcuno ad aspettarla sul binario. Non è mai successo e non sa bene perché. Non si è mai lamentata di questo, non c’è da lamentarsi per cose così. È passata attraverso i cartelloni che pubblicizzano i luoghi della città che ha guardato per abitudine, senza aspettarsi niente di diverso dal solito. È riemersa, come se quello scendere e poi salire segnasse l’ingresso in un altro tempo e in un altro spazio e quello che c’è dietro a lei, l’uomo brutto e gentile, la ragazza, il ritardo, le città, i suoi anni, di colpo non ci fossero più. In quel momento non ha memoria ed è solo una che nell’atrio della stazione si dirige verso la macchina con un lieve moto di impazienza per uscire e cominciare a cercare tra le macchine, con la paura di trovarsi di fronte a qualcuno che non la riconosce più o di non riconoscere qualcuno che l’aspetta. In fondo è un incontro di sguardi, certe volte ha pensato che è questo attimo quello che poi conta.
Non sa cosa accade di preciso nel breve momento che la separa dall’incontro. Sa benissimo quali sono le regole: un breve squillo di telefono, l’indicazione del luogo, la destra la sinistra non so mai dove sono. È un momento, forse l’unico, in cui non ha capacità di controllo sull’espressione del suo viso. Quando più tardi è sola, si proietta la scena sul muro infinite volte ed è facile allora fermare il nastro su un particolare e ingrandirlo e cercare di capire. Ma quello che non vede è il suo volto e non potrà mai vederlo perché è negli occhi dell’altra.
******
Madre
“Ma perchè dovrei rinunciare a fare le cose che mi piacciono?”
Mia madre mi guarda dall’altra parte del tavolo sorridendo come si sorride ad una bambina che si ostina, indulgente verso un peccatuccio veniale che con un po’ di fermezza, leggermente e con qualche buon consiglio, si potrà facilmente rimediare: “Ma almeno cerca di mediare ( è una parola che le piace molto), rinuncia a qualcosa te e fai qualcosa di quello che vuole lui!” e finisce la frase con un lieve movimento, allargando le braccia come a dire “Di grazia, un po’ di garbo, signori miei!”.
A volte mia madre mi ricorda le gorgiere e gli inchini della corte del re Sole o, quando sono più cattiva, il governatore Antonio Ferrer e il suo muover le mani ” ora stendendole e movendole lentamente fuori d’uno sportello, per chiedere un po’ di luogo; ora abbassandole garbatamente, per chiedere un po’ di silenzio”.
“Se non le faccio adesso le cose che voglio fare, quando dovrei farle?” La fisso negli occhi decisa, sporgendomi verso di lei. So bene che nella frase che ho detto è sottinteso che non ha potuto farle neanche lei, nonostante faccia finta di crederlo, e che proprio lei mi ha implicitamente insegnato questa calma e questa rassegnazione, questo farsi da parte di una donna per assecondare le richieste e i bisogni di un altro o di altri, uomini di casa. Mi ha insegnato anche che di questo ci si può ripagare, anche da sole, mettendosi addossso abiti costosi, bevendo un po’ alle cene per essere più brillanti, per non affondare di tristezza.
Una volta qualcuno mi ha detto che bisogna saper rompere la catena che lega tra loro le generazioni di donne della famiglia, che si tramandano tra loro non solo ricette di dolci o rimedi contro la paura ma anche atteggiamenti e modi del corpo e della mente.
Bisogna prima di tutto vederla, la catena, capire di quanti anelli è fatta e sentirla tirare per capire che forse bisogna trovare il coraggio per liberare questo piede e farlo andare avanti, altrimenti si resta lì ferme. Da principio si cerca di levarsela di dosso con movimenti della gamba, leggere scrollatine, come un cane che scuote la zampa dopo aver pisciato, ma con più signorilità, senza darlo tanto a vedere, convinte stupidamente che in fondo sia facile.
*******
D’altra parte anche in questi luoghi soffro a volte la solitudine. Nonostante veda passare molte persone al giorno, più di quante avrei immaginato mettendomi qui. Molte le vedo solamente attraversare, gettare uno sguardo distratto dentro la mia casa attraverso la finestra e andarsene senza un cenno. Non capisco cosa stiano cercando e se quello che vedono possa in qualche modo rispondere a ciò che si aspettavano di trovare, se si aspettavano qualcosa. La mia natura introversa e incline al pessimismo mi suggerisce che le poche cose che ho messo più o meno ordinatamente in mostra non abbiano agli occhi di chi passa quel valore e quella bellezza che hanno per me. Ma alcuni sono oggetti di pregio, perchè far finta, che volentieri espongo. Non è mia intenzione venderli, non per attaccamento alle cose. Semplice,mente il pensiero di poter ottenere così un guadagno non mi interessa, anche se a volte dentro di me intuisco una nascosta ambizione che credo sia ciò che mi spinge a continuare.
Ho scelto, per affacciarmi, la stanza più grande della casa. Non importa, per il momento, che sappiate dove mi trovo, non cambierebbe niente del mio racconto. La stanza è ingombra di libri. Certe notti che non dormo, stanca di guardare se passi qualcuno, chiudo le persiane e accosto la finestra in modo che passi un filo d’aria. Accendo la luce sul tavolino, la dirigo verso il basso, che non dia noia ad altri che dormono nella casa e inizio il mio lavoro. Mi avvicino alle librerie, tirò giù i libri dagli scaffali e li metto sul letto per poi rimetterli sugli scaffali seguendo un ordine diverso dal precedente. Mi piace cambiare.
Come si fa a pbblicare qualcosa? tipo:
Il guerriero
Si faceva largo a fatica. Ora scostava, ora tagliava, ora, semplicemente ci camminava sopra.
Non aveva alcuna scelta visto che era il solo modo per arrivare dall’altra parte. E lì doveva arrivare.
Sentiva l’umido salire dalle scarpe bagnate lungo i pantaloni di fustagno spesso. Gli si attaccavano addosso e rendevano più difficile ogni passo.
Si fermò solo quando si sentì afferrato. Vide la mano attaccata ai lacci della sua scarpa. Un sopravvissuto. Forse l’ultimo.
Mancava così poco alla sua meta.
Allora guardò e vide quegli occhi che lo guardavano trasparenti come acqua marina. Avrebbe voluto non essere il guerriero.
Si slacciò la scarpa guardandolo negli occhi. Le mani sporche del sangue di mille e poi mille uomini.
Le vesti sporche del sangue di mille e poi mille uomini.
Lo baciò sulla bocca mentre gli rubava l’anima e lo guardò spegnersi come una candela offerta a Dio.
E fu sull’altra sponda.
Nell’erba verde.
Solo le sue orme e tante piccole gocce rosse sulle margherite del prato indicavano al nemico dove fosse il guerriero.
Troppo tardi.
Caro Ruggero, sono la persona meno indicata per dirti come si fa a pubblicare qualcosa. A aprte che la tua domanda non è del tutto chiara, nel senso che non capisco se ti riferisci al pezzo che hai scritto e ad una sua pubblicazione in rete, oppure in senso più generale ad una pubblicazione su carta. Nel primo caso ti direi che basta aprire un blog e cominciare a scriverci su, nel secondo caso invece proprio non saprei a che santo votarmi. Al di là del pubblicare a me pare importante aver voglia di scrivere e comunicare qualcosa. A presto e grazie della visita.
Le mie peplessità circa la mia diminuita capacita’ cognitiva diventano preoccupanti. Anche di questo scambio mi manca un po’ il filo conduttore, soprattutto nel modo criptico di scrivere da parte di Ruggero. Che non me ne voglia! Sono qui per apprendere…
Fubar / 070125
Per Ruggero: propenderei per la seconda…anche perchè: l’inconscio dove lo vedi? Ciao.
muy criptico jo no compriendo
scusate poi non si capisce mi riferivo al post di ruggero
comunque bel blog
è stata una scoperta produttiva e confortante
Ti ringrazio, alex. Auguri.